sabato 24 febbraio 2007

mercoledì 21 febbraio 2007

Centro Isterico (5)

[continua da http://danielagambino.splinder.com]


Sin dal primo momento, sei anni fa, non mi sono capacitato degli attentati di New York. Non ho mai creduto, e continuo a non crederci, all’azione organizzata e coordinata di una falange armata di un qualsivoglia gruppo di terroristi. Mi piacerebbe che qualcuno rivedesse il film Capricorn One che denuncia, non in maniera sibillina, una ipotesi, oggi sempre più perorata da diverse fonti, di complotto americano sulla questione dei voli spaziali. Certe volte la verità si para innanzi e con il pugno serrato vi dice: non c’è niente da fare, le cose stanno così. Ma sono tanti e tali gli eventi dubbi, emersi dopo il presunto attentato alle torri gemelle, che oltre ogni ragionevole dubbio non ci si può mettere la mano sulla coscienza e acquietarsi credendo in una verità assoluta. I nostri personaggi, Uwe e Costanza, direbbero: “In un caso l’assessore alla Cultura ci ha aiutato a stampare uno dei cataloghi del Museo di Piazza Garraffello, possibile che il comandante dei Vigili Urbani non abbia interpellato nessun amministratore? E come mai solo adesso? Sarebbe stato più logico inibire il lavoro di Uwe all’inizio!”, un Perdido, sul web, ha scritto “Riflettiamo. Al di là di qualsiasi considerazione artistica, l'installazione di Uwe, la sua Cattedrale, nasceva in una condizione di assoluta precarietà. Abusiva o no, era un'installazione che troneggiava da un edificio in rovina, irta di rottami e materiali certamente non inossidabili. Sarebbe stato ingenuo illudersi che potesse restare lì, immutabile, a tempo indeterminato. Lo stesso arrivo dell'inverno e delle pioggie avrebbe messo a rischio l'integrità dell'opera e prodotto anche un ragionevole pericolo di stabilità.
Io penso che, sorvolando per adesso sulle possibili denunce per occupazione di suolo demaniale, questo strano e concitato episodio di rimozione forzata, non porterà che fortuna a Uwe Jantsch. Gli regalerà tanta visibilità in più. Gli sta portando una marea di solidarietà da parte di chi già conosceva il suo lavoro precedente, e senz'altro sta suscitando la curiosità di quanti ancora non gli avevano prestato attenzione. I lavori futuri di Uwe potranno contare su un'eco cittadina decuplicata, e la sua popolarità crescerà in modo esponenziale. Ne sono praticamente sicuro.” Avete presente i cavalli di Paladino infissi nella montagna di sale a Gibellina? Il sale si consumerà, prima o poi. E dei cavalli che ne faremo? Simpatici soprammobili per le scrivanie dei sindaci della Valle del Belice! Per concludere, questa è una strana storia palermitana: della Palermo da bere, direi. Da una parte abbiamo un uomo solo in cima al mondo che come Achab, o Robinson, si arrampica sull’inverosimile per creare qualcosa dal nulla e conquistare un luogo, quello dell’immaginazione, che la pochezza di una cultura imbastardita dalla televisione ci ha fatto perdere di vista; dall’altra parte abbiamo l’ipereccentricità culturale del potere che mostra i muscoli, organizzativi e finanziari, con il Kals’Art, la Biennale, le grandi mostre d’arte, gli eventi musicali d’ogni sorta e maniera e, accanto a tutto ciò, un florilegio di sponsors che griffano e brandizzano la qualunque.

Vogliamo fare due conti? Piazza Garraffello nella sua assoluta autoreferenzialità, indotta dall’opera di Uwe, ha avuto, e continua ad avere (nonostante l’accaduto), più utenti di tutti gli eventi palermitani messi assieme; praticamente a costo zero, non fosse per il blitz che, ahinoi, non è un costo previsto dall’artista. Lo smembramento della Cattedrale, e il ritorno al dis-ordine costituito, ha quasi annullato quella fiorente economia dei dialoghi, degli sguardi, dei gesti, degli ammiccamenti, delle relazioni che nessun utente qualsiasi si sogna di poter avere con le hostess e gli stewards delle mostre altolocate, dove il rapporto è piuttosto altro: attenti, non si può, mi dica, non so, eccetera. La capacità che ha l’arte, qualunque forma d’arte (e io non pontificherei sui rifiuti, con buona pace di Duchamp), di creare altre forme di economia ha avuto dei risvolti efficaci nei dintorni della piazza creando, di là dalla volontà dell’artista, attività collaterali alla sosta o al passaggio, dalla cucina tipica alle promenades gestite dai ragazzini. Nonostante la fiorente attività cantieristica, che ha quasi coperto alcune aree del centro storico della città, alcuni quartieri, diciamo così, soffrono della loro iconicità che ormai è un disvalore essendosi creato uno iato, nell’immaginario turistico e letterario, tra quel che ci si attende e quel che si trova e, cosa più grave, non esiste un’idea organica di riqualificazione di quei luoghi. Cioè, eliminare un’arte, o un’opera, che trasgredisce la normalità attesa inibisce un’economia utile alla riappacificazione degli abitanti con il loro luogo di residenza, e sottolinea l’idea che le regole censurino più che aiutare. Il disagio è di chi non conosce, o di chi si rifiuta di apprendere. E l’arte non ha briglie. Per questo penso che il Museo Urbano di Piazza Garraffello debba essere riaperto ma che, al tempo stesso, bisogna individuare le giuste risorse per dare a Uwe, a Costanza, e a tutti quelli che li hanno aiutati, gli strumenti e le finanze per rimettere in moto l’economia sentimentale di quel luogo. O per fondare un luogo della condivisione, sulla base dell’esperienza fatta, in cui sia possibile dar spazio al proprio bisogno d’invenzione, di poesia e di bellezza.
[Domenico Cogliandro] and, per ritornare daccapo vai su http://www.rosalio.it (eh!)

No.15

Una volta il diario, quello personale, era il luogo della condivisione con un alter ego, o con un ipotetico possibile interlocutore, delle "cose" personali. Nessuno, tranne che per sbaglio o per sfregio, avrebbe letto quel diario e ci si sarebbe consolati di ritrovare, nel tempo, noi stessi, quella parte di noi irrimediabilmente perduta con la crescita, o con il cambiamento di temperamento, carattere, amicizie, traiettorie, eccetera. Mi rendo conto che questo blog, come gli altri, diventa invece una sorta di diario in cui si attende che l'altro sé esista da qualche parte o che - atteso il fatto che questo luogo (o elemento, o aspetto del tempo) contenga una parte di verità e, per questo, la parte più disponibile al dialogo di se stessi - si sia formata un'entità, costituita di varie parti di individui, che riesca a corrispondere, in un certo modo, con l'io di chi scrive che qui si rappresenta. Queste pagine, anche per questi motivi, sono messaggi in bottiglia che qualcuno coglierà e, nella generale logica per cui molti, e di questi alcuni, prima o poi vedranno il messaggio galleggiare, si continua a lasciare, arrotolati sulla scrittura (o, più precisamente, abbandonati al ticchettìo) frammenti di quel sé che è ancora disponibile ad accogliere altri interlocutori nei propri spazi. Mi piacerebbe ci fosse una stampante che, una volta ticchettate le lettere, possa srotolare in bella calligrafia le esatte parole che avremmo voluto scrivere mentre invece abbiamo scritto quelle che lo schermo, impietoso, ci propone.

lunedì 19 febbraio 2007

No.14

Che dire? Mi ritrovo a Strati. Non molti conoscono i libri di Saverio Strati e, anzi, se si va in libreria e si chiede cortesemente un libro di Saverio Strati, loro altrettanto cortesemente sfogliano (si dice ancora così?) l'elenco dei libri su un computer (no, si dice scorrono!), e ti dicono, loro, quali ci sono in libreria, quali sono in commercio dovunque e quali non sono più in catalogo, né in uno particolare né in alcun catalogo. Sai tutto, più o meno. Ma quasi tutti ti dicono che di Strati libri non ce ne sono più da un sacco di tempo. Eppure ha preso, ad ogni uscita di libro, fino al 1980, ogni sorta di premi: Tibi e Tascia (1960, Premio Internazionale Veillon), Gente in viaggio (1966, Premio Sila), Noi lazzaroni ( 1972, Premio Napoli), Il selvaggio di Santa Venere (1977, Premio Campiello), Il diavolaro (1980, Premio Pomarico e Premio Astragalo). Io ho appena finito di leggere La conca degli aranci, che è di vent'anni fa esatti e che, a quel che mi risulta, è anche l'ultimo pubblicato. Ogni tanto trovo qualche libro di Strati su ebay, o su maremagnum. Li compro e li leggo. Un'Italia vittoriniana che non c'è più, Strati è una sorta di Raymond Carver di provincia e non metropolitano. Una prosa asciutta e secca: uno Strati Dry, please! Insomma, adesso leggo Strati. Eppure sono stato un appassionato lettore di Borges e di Calvino, di Perec e di Queneau, di Chandler e di Vonnegut, di Adams e di Robbins, di Pennac e di Baricco, di Sciascia e di Bufalino, persino di Handke e di Enzensberger. Che dire: mi pare di sentire la terra di Calabria, difficile da viaggiare e da raccontare, trasudare dalle storie di Strati; riconosco i caratteri, gli individui, i comportamenti, i silenzi in un incedere che non è nemmeno più lento. I suoi paesaggi - o la maniera di definire paesaggi e corpi, gesti e dimore - mi sono talmente familiari da poterli ritrovare nella mia infanzia, nelle cose raccontate davanti al camino di zia Fausta, nella casa col glicine di nonna Rina, in quello che ogni tanto riaffiora da mia madre e da mio padre. Ecco, mi ci trovo. Eppure le librerie non trovano i libri di Strati perché i suoi editori (in prevalenza Rizzoli e Mondadori) lo hanno tolto dal catalogo. Lui dovrebbe avere, oggi, ottantatre anni e abitare, e vivere, a Firenze. Mi piacerebbe guardarlo negli occhi e stringergli la mano, senza dire niente.

domenica 18 febbraio 2007

No.13

Eccomi dunque, una casa in cima ad una finta collina, più un pianoro e davanti e a destra e a sinistra, insomma dovunque, il mare. Prima o poi finirà così. Apologia dello sguardo. Mi sa che sto iniziando quella fase della vita in cui le scelte hanno a che fare più con l'attesa che con l'idea dell'attesa. La casa c'è, contrada Commenda, Villa San Giovanni, Calabria. Non è il massimo del comfort, ma non è questo il punto: non ho mai inseguito il massimo del comfort, piuttosto un giusto mezzo, un equilibrio soddisfacente tra il possibile e il plausibile. La casa è lì dove io so che sta e ve la voglio proporre, a mò di caccia al tesoro. Questo è il primo indizio: Body Car Autoriparazioni E Multiservizi - Via Campo Piale, 1, 89052 Campo Calabro (RC). Mettete da parte poi: a) una matita, b) un righello, c) un pennarello rosso; poi, se vi servite di Google Maps, potete arrivare a vedere dove sta questo posto. Dovete però selezionare la funzione "Satellite", altrimenti si resta a piedi. Non è che io abbia molto a che farci con Body Car e, a dire il vero, non so nemmeno di cosa si tratti. Fatto sta che diventa un punto da cui traguardare la casa di cui vi sto parlando. Una volta arrivati su Google Maps comparirà un palloncino rosso che indicherà il tal servizio indicato. Fatto? Avete pure la colla vinilica? Andiamo avanti, allora! Se, senza graffiare eccessivamente il vostro schermo del computer poteste tirare una bella linea verticale con righello e matita arriverete a intersecare, senza troppa difficoltà una strada piuttosto evidente (autostrada) su cui scorrono, e si vedono, mezzi di varie dimensioni. Fatto? Bene! Adesso tornate indietro di poco sulla vostra linea e arriverete ad incrociare un sentierucolo in terra battuta (giallognolo, sulla mappa). Bene, ci siete quasi. Alla sinistra del sentierucolo, appena a sinistra si riesce ad intravedere una cosa quadrata (cioè, una casa quadrata) su cui va a sbattere un secondo sentiero. Ci siete, è lei. Usate il pennarello rosso per cerchiarla sullo schermo. Ma adesso arriva il bello. Una volta individuata, ingrandite quanto potete per vedere da vicino la cosa, cioè la casa, e poi, con lo stesso cursore scorrete piano piano indietro, a ritroso, per vedere in che cavolo di posto è collocata questa casa. Bene, inizio a lavorare da adesso per trasferirmi là. A mettere qualcosa da parte, se ce la fò. Altrimenti... che so!