venerdì 11 febbraio 2011
TAGGHIA CA TAGGHIA
Al commento ricevuto su Debacle del Commissario si deve una risposta. Quando ero ragazzo ricordo che ci si trovava tutti gli amici su una panchina precisa, gialla, specialmente d'estate, da cui partivano racconti, proposte, idee, speranze, sogni, scazzi, amori, eccetera. Quella panchina era il nostro social network. Col passare degli anni la panchina cambiava utenze, io e i miei amici eravamo diversi, crescevamo, facevamo altro, spesso ognuno per sé. Quando una sera di settembre, ricordo, su quella panchina ci ritrovammo in due, anziché in quindici/sedici, capimmo che era passato un sacco di tempo dalla prima volta, dalla volta che collocarono in quel posto quella panchina con vista mare. Io e i miei amici siamo stati i primi a sederci, qualche ora dopo che la panchina era stata messa lì. Probabilmente anche gli ultimi. Ora è stata sostituita con una panca senza schienale in cemento rosa. Tutto qui.
venerdì 23 ottobre 2009
giovedì 22 ottobre 2009
sabato 23 maggio 2009
70
Una storiella locale. Un piccolo centro urbano, in via di dismissione. Ma come: in via di dismissione? Già, proprio così. Malmesso, lasciato sopravvivere, retto da un sindaco volenteroso ma privo di poteri. Un sindaco eletto dai suoi concittadini, ma quasi immediatamente estromesso dalle scelte per la propria città da un figuro nell'ombra, alla cui corte sono soliti andare i soliti noti: per carità, ignoti a tutti e a tutti noti. Non se ne deve far parola in pubblico. Le scelte del sindaco stanno sulla carta, stanno nelle intenzioni, stanno tra le righe ma devono fare i conti con un invisibile (ah, già) gruppo di affiliati che, retti dal tipo di cui sopra, muovono la lancetta di una bilancia a seconda di come "l'ombra" intende orientare lo sviluppo della città. "Questo si può fare. No, questo no. Ma va bene per la collettività. Non va bene per me. Ma non ci rimane che comportarci così. Così va bene. Ma gli equilibri saltano. E che ci importa, nessuno protesterà. Come nessuno? No, nessuno, qui si parla tra i denti, sotto i baffi, poi nessuno fa nulla, ci si sa lamentare ma non si sa come intervenire. E io? Tu stai al tuo posto e lascia fare a me." Ecco i dialoghi tipo, faccia a faccia. La città, dunque, fu lasciata al suo destino di lassismo e inedia, in modo che l'ombra potesse muoversi a suo piacimento. Ma all'ombra dell'ombra si stava organizzando una congiura. Una specie di setta segreta stava per mettere in atto un teorema. Di chi? Di Moby Dick, così si faceva chiamare in codice. Nessuno conosceva il suo vero nome ma era soggetto che tutti conosceva e tutto sapeva, e che tesseva in silenzio una tela di relazioni all'oscuro, addirittura, di chi veniva intessuto dentro.
venerdì 20 marzo 2009
STORIELLA
Insegno in una scuola palermitana. Dall'inizio dell'anno (qui lo posso scrivere, tanto non mi legge quasi nessuno) ho scritto con cadenza mensile una lettera al dirigente scolastico per sollecitarlo ad esercitare i suoi diritti/doveri nei confronti della scuola relativamente agli adeguamenti normativi inerenti l'istituto. Bene. Niente di male, a parte il fatto che il dirigente scolastico ha sempre tenuto in poco conto le mie lettere. Niente di strano, però. Lo capisco. Data la mia grande quantità di ore a disposizione ho anche avuto l'incarico fiduciario, da parte del dirigente scolastico, di affiancare gli uffici di vicepresidenza. All'interno di questo ruolo ho svolto le mie mansioni, tutte e con estrema solerzia. Forse con troppa solerzia. Fatto sta che dopo quattro mesi di lavoro mi è anche stato affidato un altro ruolo come responsabile, con altri, dell'attuazione del divieto di fumo all'interno dei locali scolastici. E ho sempre sottolineato attentamente quali dovessero essere i limiti e le possibilità di quel ruolo. Poi è accaduto un fatto increscioso. Che mi ha fatto riflettere.
Le mie lettere, rivolte al dirigente scolastico riguardavano la riqualificazione del plesso succursale della scuola. Erano, anzi, tutte rivolte a dare dignità di scuola a quel luogo trattato come fosse la serie B, col silenzio assordante di una classe docente tutta in riga. E il silenzio degli studenti tutti presi a fare le pecorelle guidate da pastori mediatici intorno a scioperi di nessuna portata politica. Almeno per la scuola di loro pertinenza. Insomma, quelle lettere non erano state lette. Eppure riguardavano il rispetto di determinate normative, o almeno la richiesta di tale rispetto. Denunciavano lo stato di degrado della scuola e ponevano condizioni minime "sindacali" per svolgere dignitosamente il lavoro di insegnanti e di allievi. Lettere morte. Non lette, non ascoltate. Poi è accaduto che in un'aula è entrata dell'acqua e sono state fatte sgomberare, si sono trasferite, nove aule in orario diurno, interrompendo le lezioni, ad un piano sinora inutilizzato, con prestazioni non dovute di alunni non assicurati per svolgere quel ruolo. E mi sono incazzato.
Per cui ho scritto al dirigente scolastico una lettera di una riga così formulata: "Egr. Dirigente Scolastico, sarò breve. Lei sostiene il rispetto delle norme a scuola o ritiene inevitabili comportamenti illegali? Attendo una Sua risposta." Ovviamente, per la delicatezza della questione, non l'ho fatta protocollare. In sostanza si trattava di una missiva personale e privata al dirigente. Bene. L'ha fatta protocollare il dirigente il giorno dopo, e sulla base di questo protocollo mi ha fatto pervenire una lettera con protocollo riservato con cui si riservava, mi si scusi il bisticcio, di comminarmi una sanzione disciplinare se non avessi risposto alla sua lettera attraverso la quale mi sospendeva dagli incarichi fiduciari di vicepresidenza e di vigilanza sul divieto di fumo. Lo ha fatto in quanto appartenente alla categoria dei fumatori? Non lo so. Fatto sta che la lettera configurava almeno due scorrettezze: l'aver protocollato, con protocollo pubblico, una lettera riservata e sulla base della lettera protocollata aver sostenuto di comminare una sanzione e, in seconda istanza, non avermi interpellato, come prevede il contratto collettivo, prima di inviarmi la lettera di sanzione.
Io, nei termini previsti dalla Legge, ho risposto. Ma non ho ancora ricevuto una adeguata risposta alla mia risposta. Ora, e qui sta la riflessione, io penso che i miei diritti, quantomeno di cittadino ove non di insegnante, siano stati lesi nel momento in cui sono stato sospeso da doveri che avevo svolto con accuratezza e solerzia. Come se, dinanzi ad un lavoro ben fatto, il capomastro di un cantiere licenzi l'operaio per rifare il lavoro male e con materiali scarsi. Viene meno il rapporto di fiducia quando qualcuno non opera bene o entra in contrasto con la dirigenza per posizioni personali, opinabili, e non a norma di legge. Dal momento in cui ho scritto, a mia difesa, la lettera di risposta al dirigente scolastico è passato un mese, e non so fino a quando sia possibile prolungare tale silenzio. Anche perché, adesso, sta venendo meno, veramente, la mia fiducia nel dirigente scolastico. Per due ordini di motivi: il suo comportamento sembra suggerire che è meglio fare poco e male per mandare avanti la baracca, e si dà adito ad altri collaboratori di lavorare alla bell'e meglio perché tale modalità è quella che porta più frutti. Non mi pare un'eredità di gran conto. Intanto, la storiella è questa e la morale da qualche parte starà...
Le mie lettere, rivolte al dirigente scolastico riguardavano la riqualificazione del plesso succursale della scuola. Erano, anzi, tutte rivolte a dare dignità di scuola a quel luogo trattato come fosse la serie B, col silenzio assordante di una classe docente tutta in riga. E il silenzio degli studenti tutti presi a fare le pecorelle guidate da pastori mediatici intorno a scioperi di nessuna portata politica. Almeno per la scuola di loro pertinenza. Insomma, quelle lettere non erano state lette. Eppure riguardavano il rispetto di determinate normative, o almeno la richiesta di tale rispetto. Denunciavano lo stato di degrado della scuola e ponevano condizioni minime "sindacali" per svolgere dignitosamente il lavoro di insegnanti e di allievi. Lettere morte. Non lette, non ascoltate. Poi è accaduto che in un'aula è entrata dell'acqua e sono state fatte sgomberare, si sono trasferite, nove aule in orario diurno, interrompendo le lezioni, ad un piano sinora inutilizzato, con prestazioni non dovute di alunni non assicurati per svolgere quel ruolo. E mi sono incazzato.
Per cui ho scritto al dirigente scolastico una lettera di una riga così formulata: "Egr. Dirigente Scolastico, sarò breve. Lei sostiene il rispetto delle norme a scuola o ritiene inevitabili comportamenti illegali? Attendo una Sua risposta." Ovviamente, per la delicatezza della questione, non l'ho fatta protocollare. In sostanza si trattava di una missiva personale e privata al dirigente. Bene. L'ha fatta protocollare il dirigente il giorno dopo, e sulla base di questo protocollo mi ha fatto pervenire una lettera con protocollo riservato con cui si riservava, mi si scusi il bisticcio, di comminarmi una sanzione disciplinare se non avessi risposto alla sua lettera attraverso la quale mi sospendeva dagli incarichi fiduciari di vicepresidenza e di vigilanza sul divieto di fumo. Lo ha fatto in quanto appartenente alla categoria dei fumatori? Non lo so. Fatto sta che la lettera configurava almeno due scorrettezze: l'aver protocollato, con protocollo pubblico, una lettera riservata e sulla base della lettera protocollata aver sostenuto di comminare una sanzione e, in seconda istanza, non avermi interpellato, come prevede il contratto collettivo, prima di inviarmi la lettera di sanzione.
Io, nei termini previsti dalla Legge, ho risposto. Ma non ho ancora ricevuto una adeguata risposta alla mia risposta. Ora, e qui sta la riflessione, io penso che i miei diritti, quantomeno di cittadino ove non di insegnante, siano stati lesi nel momento in cui sono stato sospeso da doveri che avevo svolto con accuratezza e solerzia. Come se, dinanzi ad un lavoro ben fatto, il capomastro di un cantiere licenzi l'operaio per rifare il lavoro male e con materiali scarsi. Viene meno il rapporto di fiducia quando qualcuno non opera bene o entra in contrasto con la dirigenza per posizioni personali, opinabili, e non a norma di legge. Dal momento in cui ho scritto, a mia difesa, la lettera di risposta al dirigente scolastico è passato un mese, e non so fino a quando sia possibile prolungare tale silenzio. Anche perché, adesso, sta venendo meno, veramente, la mia fiducia nel dirigente scolastico. Per due ordini di motivi: il suo comportamento sembra suggerire che è meglio fare poco e male per mandare avanti la baracca, e si dà adito ad altri collaboratori di lavorare alla bell'e meglio perché tale modalità è quella che porta più frutti. Non mi pare un'eredità di gran conto. Intanto, la storiella è questa e la morale da qualche parte starà...
giovedì 20 novembre 2008
lunedì 7 aprile 2008
venerdì 22 febbraio 2008
domenica 18 novembre 2007
No.26
Dov'eravamo rimasti? Ah, ecco! Già, posso solo fare un elenco delle cose accadute. Insomma, non tutte, ma molte sono accadute e le mie dita non hanno ticchettato. Capita. Un mese fa, circa, ritiro della patente per eccesso di velocità (49 chilometri sopra la media). Un mese di scooter forzato o, come dicono a Palermo, di motore forzato: un 50, Liberty Piaggio, verde chiaro con un immenso adesivo di Solecaldo davanti. Ho apprezzato, oltre che cadere, il fatto di potere scivolare accanto al traffico, abituandomici. Poi, l'incontro dei wozzers a Maletto mi ha dato conto dei fedelissimi (lo zoccolo duro, anche perché lo zoccolo morbido si chiamerebbe tappina) e di come le cose, arrivate a un certo punto, debbano svanire. Ma non mi arrendo e cerco di dare un nome alle cose che prendono strade diverse: quale? Ho iniziato a mettere un maglione comprato lo scorso anno e mai indossato: è di lana beige e bianca, ha la cerniera fino al collo, e una volta indossato non l'ho smesso più. Qualcuno mi dice che sono uno che si fissa con le cose, io dico che mi piace e forse è questo il motivo per cui l'ho comprato. Insomma, il resto dei maglioni è passato in serie B, ma l'inverno dei playout deve ancora arrivare (mi scusi Scecspìr).
martedì 2 ottobre 2007
domenica 23 settembre 2007
mercoledì 29 agosto 2007
26 maggio 1946- 15 marzo 1949- 15 marzo 1959- 25 aprile 1966

basta sapere che sono quattro fratelli.
forse stavano girati di spalle come le altre persone dentro la fotografia.
poi però qualcuno li chiama, quello con la macchina fotografica in mano, il quarto fratello: "ehi, guardate qua!"
si girano.
chi accenna un sorriso, chi no.
non stanno imbalsamati e nemmeno troppo disinvolti.
stanno al centro dell'immagine, accanto altre spalle incuranti.
non si disperdono negli altri, loro sono un'altra cosa.
sembrano andare in un'altra direzione, sembra che siano lì per un altro motivo.
ci sono arrivati da diverse parti d'italia, lasciando il loro lavoro e le loro case.
una delle rare occasioni per incontrarsi.
sono una famiglia. quella che c'è quando lo chiedi,
quella chiusa in questa fotografia da una parte e dall'altra della macchina fotografica.
scartando tutto il resto.
sono fratelli, sono padri reciproci.
si prendono in giro e si rimproverano.
sembra che stiano guardando lo stesso punto (lui, quello che li ha chiamati per farli girare) nella stessa maniera, con un'individualità altrettanto sola, altrettanto lucida.
ma si vede che stanno pensando a cose diverse.
guardano indietro, come chi vuole andare a vedere chi è stato, da dove è arrivato, quanta strada ha fatto.
tempo di bilanci, di nuovi progetti di vita.
o forse aspettano solo di girarsi di nuovo per tornare a guardare quello che stavano guardando.
o forse, così girati, si muoveranno verso l'altro per andare via.
non prima di essersi guardati in faccia, però, senza parlarsi, per capire verso quale direzione camminare.
c'è la luce del mattino, quindi c'è ancora tempo per stare insieme,
per riempire la giornata di cose fatte insieme.
penso: se il quarto fratello non li avesse chiamati.
li avremmo guardati di spalle.
li avremmo immaginati.
avremmo pensato, forse sono fratelli.
"felici di avere in tasca solo le mani".
forse stavano girati di spalle come le altre persone dentro la fotografia.
poi però qualcuno li chiama, quello con la macchina fotografica in mano, il quarto fratello: "ehi, guardate qua!"
si girano.
chi accenna un sorriso, chi no.
non stanno imbalsamati e nemmeno troppo disinvolti.
stanno al centro dell'immagine, accanto altre spalle incuranti.
non si disperdono negli altri, loro sono un'altra cosa.
sembrano andare in un'altra direzione, sembra che siano lì per un altro motivo.
ci sono arrivati da diverse parti d'italia, lasciando il loro lavoro e le loro case.
una delle rare occasioni per incontrarsi.
sono una famiglia. quella che c'è quando lo chiedi,
quella chiusa in questa fotografia da una parte e dall'altra della macchina fotografica.
scartando tutto il resto.
sono fratelli, sono padri reciproci.
si prendono in giro e si rimproverano.
sembra che stiano guardando lo stesso punto (lui, quello che li ha chiamati per farli girare) nella stessa maniera, con un'individualità altrettanto sola, altrettanto lucida.
ma si vede che stanno pensando a cose diverse.
guardano indietro, come chi vuole andare a vedere chi è stato, da dove è arrivato, quanta strada ha fatto.
tempo di bilanci, di nuovi progetti di vita.
o forse aspettano solo di girarsi di nuovo per tornare a guardare quello che stavano guardando.
o forse, così girati, si muoveranno verso l'altro per andare via.
non prima di essersi guardati in faccia, però, senza parlarsi, per capire verso quale direzione camminare.
c'è la luce del mattino, quindi c'è ancora tempo per stare insieme,
per riempire la giornata di cose fatte insieme.
penso: se il quarto fratello non li avesse chiamati.
li avremmo guardati di spalle.
li avremmo immaginati.
avremmo pensato, forse sono fratelli.
"felici di avere in tasca solo le mani".
lunedì 20 agosto 2007
Dio c'è? [parte quarta: ... e Gödel ci fa?]

Mai avere come amici dei professori: vi lasciano sempre i compiti per le vacanze!
Dopo doverose premesse, ecco finalmente la “prova matematica dell’esistenza di Dio” secondo Gödel.
Vi risparmio la paginetta dell’autore, ricca di simboli di logica matematica, per diversi motivi, che ritengo più che validi:
a) E’ estate.
b) Blogspot non supporta molti dei simboli utilizzati
c) Chi vi scrive non sopporta molti dei simboli utilizzati
d) Questo post promette di essere già di suo sufficientemente noioso
e) E’ estate.
Non temete userò parole povere, anche perché durante queste vacanze ho dilapidato un patrimonio e queste mi sono rimaste e rompo subito il ghiaccio con la definizione che Gödel dà di Dio.
Dio è un essere che possiede tutte le proprietà positive.
Mi raccomando non cadete nell’errore mentale di immaginarvi delle proprietà positive.
Astraete al massimo questo concetto.
Non immaginatevele neanche!
Insomma, per capirci, Dio non è né la Nutella, né il numero di telefono della Cucinotta.
Le proprietà positive, qualsiasi cosa esse siano, devono soddisfare quattro condizioni.
1) Se due qualità sono positive, allora anche la loro somma (intersezione) lo è. Suona un po’ come: “il prodotto di due numeri positivi è maggiore di zero.”
2) Un’ insieme vuoto non è una proprietà positiva.
3) Se una proprietà non è “vuota”, o questa è positiva o lo è la sua negazione (il complementare)
4) Data una proprietà positiva, se vi è un’altra proprietà superiore a questa, allora anche questa è una proprietà positiva.
Premesso ciò, dimostriamo che Dio esiste.
Supponiamo che esista al mondo un numero finito di proprietà positive. Dalla prima condizione possiamo dedurre che l’intersezione di queste è una proprietà positiva.
La seconda condizione ci dice invece che deve esistere almeno un oggetto che soddisfa ogni singola proprietà e di conseguenza la loro intersezione.
Introduciamo ora la proprietà “Essere Dio”.
Poiché “Non essere Dio” non è una proprietà positiva lo deve essere “Essere Dio”.
Da tutto questo deduciamo che esiste necessariamente un essere che possiede tutte le proprietà positive e questo essere possiede anche la proprietà di “Essere Dio”.
Infine la quarta condizione ci dà un’ulteriore informazione che nulla ha che vedere con la dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Se Dio possiede delle proprietà queste sono superiori all’ ”Essere Dio” e pertanto sono positive.
Abbiamo così dimostrato l’esistenza di Dio.
Quanto detto possiede però la limitazione di ragionare su un mondo finito (vedi prima condizione).
ALeibnitz questa cosa poteva anche andare bene ma il nostro teo-logico vuole superare questo stato di contingenza.
Gödel allora sostituisce questa ipotesi mediante il seguente assioma: “Essere Dio” è una qualità positiva.
Ma “Essere Dio” per definizione significa possedere tutte le proprietà positive.
In definitiva identificando con questa proprietà l’intersezione delle proprietà positive si bypassa l’ipotesi di finitezza.
In definitiva, Gödel si bea della sua dimostrazione e noi possiamo raggiungere di nuovo l’ombrellone.
Prima di spalmarmi tutto di olio solare (lo so da me che non è una bella immagine) dichiaro che la dimostrazione è facilmente attaccabile, ma di questo a noi deve fregare poco: è estate!
Dopo doverose premesse, ecco finalmente la “prova matematica dell’esistenza di Dio” secondo Gödel.
Vi risparmio la paginetta dell’autore, ricca di simboli di logica matematica, per diversi motivi, che ritengo più che validi:
a) E’ estate.
b) Blogspot non supporta molti dei simboli utilizzati
c) Chi vi scrive non sopporta molti dei simboli utilizzati
d) Questo post promette di essere già di suo sufficientemente noioso
e) E’ estate.
Non temete userò parole povere, anche perché durante queste vacanze ho dilapidato un patrimonio e queste mi sono rimaste e rompo subito il ghiaccio con la definizione che Gödel dà di Dio.
Dio è un essere che possiede tutte le proprietà positive.
Mi raccomando non cadete nell’errore mentale di immaginarvi delle proprietà positive.
Astraete al massimo questo concetto.
Non immaginatevele neanche!
Insomma, per capirci, Dio non è né la Nutella, né il numero di telefono della Cucinotta.
Le proprietà positive, qualsiasi cosa esse siano, devono soddisfare quattro condizioni.
1) Se due qualità sono positive, allora anche la loro somma (intersezione) lo è. Suona un po’ come: “il prodotto di due numeri positivi è maggiore di zero.”
2) Un’ insieme vuoto non è una proprietà positiva.
3) Se una proprietà non è “vuota”, o questa è positiva o lo è la sua negazione (il complementare)
4) Data una proprietà positiva, se vi è un’altra proprietà superiore a questa, allora anche questa è una proprietà positiva.
Premesso ciò, dimostriamo che Dio esiste.
Supponiamo che esista al mondo un numero finito di proprietà positive. Dalla prima condizione possiamo dedurre che l’intersezione di queste è una proprietà positiva.
La seconda condizione ci dice invece che deve esistere almeno un oggetto che soddisfa ogni singola proprietà e di conseguenza la loro intersezione.
Introduciamo ora la proprietà “Essere Dio”.
Poiché “Non essere Dio” non è una proprietà positiva lo deve essere “Essere Dio”.
Da tutto questo deduciamo che esiste necessariamente un essere che possiede tutte le proprietà positive e questo essere possiede anche la proprietà di “Essere Dio”.
Infine la quarta condizione ci dà un’ulteriore informazione che nulla ha che vedere con la dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Se Dio possiede delle proprietà queste sono superiori all’ ”Essere Dio” e pertanto sono positive.
Abbiamo così dimostrato l’esistenza di Dio.
Quanto detto possiede però la limitazione di ragionare su un mondo finito (vedi prima condizione).
ALeibnitz questa cosa poteva anche andare bene ma il nostro teo-logico vuole superare questo stato di contingenza.
Gödel allora sostituisce questa ipotesi mediante il seguente assioma: “Essere Dio” è una qualità positiva.
Ma “Essere Dio” per definizione significa possedere tutte le proprietà positive.
In definitiva identificando con questa proprietà l’intersezione delle proprietà positive si bypassa l’ipotesi di finitezza.
In definitiva, Gödel si bea della sua dimostrazione e noi possiamo raggiungere di nuovo l’ombrellone.
Prima di spalmarmi tutto di olio solare (lo so da me che non è una bella immagine) dichiaro che la dimostrazione è facilmente attaccabile, ma di questo a noi deve fregare poco: è estate!
venerdì 17 agosto 2007
Purparlé (4th edition)
Insomma, nonostante l'estate, mi pare chiaro che i Purparlé non si fermino. Qui siamo in 12, bimbi inclusi, tra i quali si riescono a notare dei wozzers (Mario, Silvana, Gabriele, Luca e Vivian, oltre me), in primo piano c'è la piccola Matilde che copre, in parte, la mamma Viviana. Al centro dell'immagine la coppia (sposi il 25 agosto) Francesco-Biljana (si scrive così?) e in fondo si notano, in piedi, Uwe e Costanza. Gli argomenti? "L'arte, messa da parte, è utile?", insomma, grosso modo è successo che Viviana, che si occupa di campagne pubblicitarie in Friuli, ha placcato Uwe per stanarlo da Piazza Garraffello (ci sarà riuscita?), mentre Mario fulminava Gabriele con lo sguardo (che ci puoi fare, il ragazzo è vivace). Io, allora, ho collocato i pargoli a disegnare in un'altra stanza, e poi a giocare su internet (gol!), e Vivian gestiva mirabilmente il centrocampo con le linguine alla... alla... boh, però buone. Silvana e Biljana (si scrive così?) chiacchieravano (di che?) sul divano (ah, purparlé), e Luca iniziava un suo ragionamento globale sul senso dei luoghi e sul fatto che le cose si devono cambiare, insomma! Francesco si è occupato di interculturalità, lo fa da cinque anni, e sul lavoro (tutto da inventare) di uno che per sposarsi con una non italiana deve trascorrere le ferie a inseguire uffici e funzionari in giro per l'Italia. Costanza è ritornata sulla questione della Cattedrale, Luca pure, mentre Biljana (si scrive così?) si guardava in giro spaesata, la capisco. Palermo era particolarmente silenziosa, in preparazione del Ferragosto, e non sono arrivate telefonate. Il 12 agosto è trascorso così!
domenica 15 luglio 2007
lunedì 9 luglio 2007
SALVIAMOLO
giovedì 5 luglio 2007
domenica 1 luglio 2007
Dio c'è? [parte terza: Procediamo con logica]

Kurt Gödel fu una di quelle personcine costrette a vivere con un cognome importante.
Il suo nome infatti è composto da God ed El che significano “Dio” rispettivamente in inglese ed ebraico.
Mi sembra quantomeno ovvio che uno con un nome così tenda a fare le cose nel miglior modo possibile.
Capiamoci, se io mi chiamassi Mimmo Padreterno, a quest’ora non solo esisterebbe il Ponte sullo Stretto ed avrebbe la mia firma come progettista, ma avrei convinto già tutti della necessità del suddetto ponte per il semplice fatto che a progettarlo sono stato io.
Un tipino come Gödel, al quale Herr Warrum attribuì il soprannome di “Signor perché” non poteva non porsi la domanda delle domande, ma per formulare la prova matematica dell’esistenza di Dio dovette ricorrere al diavolo.
Perché, vedete, la logica è l’arte del diavolo per eccellenza e Gödel era un Dio della logica.
In principio era il verbo (logos) ed il verbo era presso Dio, e Dio era il verbo.
In principio, però! Perché poi, sap’Iddu che ci pigghiò (e qui la “I” maiuscola è d’obbligo) Dio decide di fare delle cose a dir poco diaboliche.
Sarà stata la noia, sarà stato il maluchiffare, ma incomincia a separare la luce dalle tenebre, separare le acque superiori da quelle inferiori e poi a creare: Sole, Luna, uccelli, pesci etc. etc.
Ora mentre nei giorni della creazione Dio è soddisfatto della propria opera, rimarcando ogni volta con un “Miii che mi venne bene questo!”, nei primi giorni era un poco siddìato perché aveva fatto qualcosa che poco gli si addiceva: separare.
La separazione è, infatti per contratto ad appannaggio del diavolo (diabolè = «divisione») e la nascita della logica avviene proprio quando il pensiero cessa di diventare unitario, per assumere connotazioni dualistiche.
Siamo nel Paradiso Terrestre, l’unico momento della storia, in cui un uomo ha pensato che la donna che gli sta accanto è la migliore del mondo. Quello che dice il serpente non solo è logico, ma paradossalmente vero: mangiando il frutto dell’albero proibito, Adamo ed Eva non solo non moriranno, ma conosceranno la differenza tra Bene e Male.
Cedere alla tentazione dimostra come non necessariamente la verità appartenga a Dio.
La logica, arte diabolica, è capace di confutare il pensiero e l’operato di Dio.
Nel XXVII Canto dell’Inferno di Dante, dopo che il Diavolo riesce ad ottenere l’anima di Guido da Montefeltro, producendo motivazioni dialettiche superiori a quelle offerte da San Francesco, abbandona la scena con un “Tu non pensavi ch’io loico fossi”.
Ecco quello che intende fare Gödel: diventare “loico”, farsi diavolo, per dimostrare l’esistenza di Dio.
Ecco quindi che per arrivare a Dio, dovremo perderci e manipolare, per poi ritrovarci da soli e vedere l’opera del nostro ragionare finita.
Che vuol dire confrontarsi con la logica matematica?
Significa apprendere un linguaggio basato segni, la semiotica, racchiudere questi dentro un pensiero, la sintassi, per trarne fuori tramite la semantica i significati.
Gödel che tanto tempo della sua vita ha dedicato alla logica morì nel mitico 1978, per malnutrizione, legata a disturbi della personalità … questo vi basti per decidere se leggere il quarto e ultimo post della serie e confrontarvi con “la prova matematica dell’esistenza di Dio”!
Il suo nome infatti è composto da God ed El che significano “Dio” rispettivamente in inglese ed ebraico.
Mi sembra quantomeno ovvio che uno con un nome così tenda a fare le cose nel miglior modo possibile.
Capiamoci, se io mi chiamassi Mimmo Padreterno, a quest’ora non solo esisterebbe il Ponte sullo Stretto ed avrebbe la mia firma come progettista, ma avrei convinto già tutti della necessità del suddetto ponte per il semplice fatto che a progettarlo sono stato io.
Un tipino come Gödel, al quale Herr Warrum attribuì il soprannome di “Signor perché” non poteva non porsi la domanda delle domande, ma per formulare la prova matematica dell’esistenza di Dio dovette ricorrere al diavolo.
Perché, vedete, la logica è l’arte del diavolo per eccellenza e Gödel era un Dio della logica.
In principio era il verbo (logos) ed il verbo era presso Dio, e Dio era il verbo.
In principio, però! Perché poi, sap’Iddu che ci pigghiò (e qui la “I” maiuscola è d’obbligo) Dio decide di fare delle cose a dir poco diaboliche.
Sarà stata la noia, sarà stato il maluchiffare, ma incomincia a separare la luce dalle tenebre, separare le acque superiori da quelle inferiori e poi a creare: Sole, Luna, uccelli, pesci etc. etc.
Ora mentre nei giorni della creazione Dio è soddisfatto della propria opera, rimarcando ogni volta con un “Miii che mi venne bene questo!”, nei primi giorni era un poco siddìato perché aveva fatto qualcosa che poco gli si addiceva: separare.
La separazione è, infatti per contratto ad appannaggio del diavolo (diabolè = «divisione») e la nascita della logica avviene proprio quando il pensiero cessa di diventare unitario, per assumere connotazioni dualistiche.
Siamo nel Paradiso Terrestre, l’unico momento della storia, in cui un uomo ha pensato che la donna che gli sta accanto è la migliore del mondo. Quello che dice il serpente non solo è logico, ma paradossalmente vero: mangiando il frutto dell’albero proibito, Adamo ed Eva non solo non moriranno, ma conosceranno la differenza tra Bene e Male.
Cedere alla tentazione dimostra come non necessariamente la verità appartenga a Dio.
La logica, arte diabolica, è capace di confutare il pensiero e l’operato di Dio.
Nel XXVII Canto dell’Inferno di Dante, dopo che il Diavolo riesce ad ottenere l’anima di Guido da Montefeltro, producendo motivazioni dialettiche superiori a quelle offerte da San Francesco, abbandona la scena con un “Tu non pensavi ch’io loico fossi”.
Ecco quello che intende fare Gödel: diventare “loico”, farsi diavolo, per dimostrare l’esistenza di Dio.
Ecco quindi che per arrivare a Dio, dovremo perderci e manipolare, per poi ritrovarci da soli e vedere l’opera del nostro ragionare finita.
Che vuol dire confrontarsi con la logica matematica?
Significa apprendere un linguaggio basato segni, la semiotica, racchiudere questi dentro un pensiero, la sintassi, per trarne fuori tramite la semantica i significati.
Gödel che tanto tempo della sua vita ha dedicato alla logica morì nel mitico 1978, per malnutrizione, legata a disturbi della personalità … questo vi basti per decidere se leggere il quarto e ultimo post della serie e confrontarvi con “la prova matematica dell’esistenza di Dio”!
domenica 24 giugno 2007
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